Il libro suscita nel lettore due tipi di sentimenti: rabbia e profondo senso di pietà. Rabbia per un sistema governativo che invece di proteggere i miserabili sembra adoperarsi per gettarli ancora più in miseria, una miseria «contro la quale il lavoro onesto non è mai servito a nulla». D’altra parte grande senso di pietà e di partecipazione per le sofferenze dei cafoni, vittime di continui soprusi e atroci ingiustizie. 🔺 Le autorità trattano con i cafoni come se questi non avessero dignità, e li rendono oggetto di dileggio e di burla. Si approfitta della loro mancanza di istruzione per ingannarli. I cafoni stessi hanno dato l’autorizzazione alla deviazione del ruscello senza rendersene conto, apponendo le loro firme su un foglio bianco. Altro inganno è la spartizione del ruscello tra l’Impresario e i cafoni come ¾ a uno e ¾ all’altro, operazione matematicamente impossibile. L’accordo prevedeva infine che la durata di questa spartizione sarebbe durata solo dieci lustri (ovvero ben 50 anni!) «ma nessuno di noi sapeva quanti anni o quanti mesi facessero dieci lustri». Quando una pattuglia di carabinieri e di militi fascisti irrompe a Fontamara creando scompiglio, il rappresentante dell’autorità, cioè l’omino con la fascia tricolore, interroga uno per uno tutti gli uomini al comando di «Chi evviva?», provocando le risposte più disparate visto che i Fontamaresi non sono a conoscenza dell’avvento del Duce al governo di Roma, e perciò vengono schedati come rivoltosi. «La nostra maggiore preoccupazione naturalmente era se, rispondendo male, si dovesse poi pagare qualche cosa. Nessuno di noi sapeva che cosa significasse “refrattario”; ma era più che verosimile che volesse dire “deve pagare”. Un pretesto, insomma, come un altro per appiopparci una nuova tassa».
⇅ È facile ingannare chi non ha i “mezzi” per comprendere la realtà che lo circonda, e questa è una tematica importante che affiora nel libro. Silone stesso parlando dei cafoni dice che non conoscono la lingua italiana, ma hanno un proprio linguaggio con cui riescono a capirsi tra loro. Oltre al linguaggio, in realtà, tutto ciò che li riguarda è un mondo a sé, nettamente diverso da quello dei cittadini. Purtroppo questi ultimi prendendosi gioco dei cafoni arrivano a privarli di qualsiasi connotazione intellettiva, e questo non è né realistico né ammissibile: per quanto l’istruzione sia fondamentale per la formazione di un individuo, in assenza d’essa un individuo rimane tale, cioè qualcuno meritevole di rispetto non perché istruito ma perché uomo. E i contadini di Fontamara hanno dimostrato di essere uomini, uomini che vogliono condurre una vita dignitosa e onesta.
Silone ci fa capire ciò che per un cafone significava il suo pezzo di terra: «Fra la terra e il contadino, dalle nostre parti, ma forse anche altrove, è una storia dura e seria, è come tra marito e moglie. È una specie di sacramento. Non basta comprarla, perché una terra sia tua. Diventa tua con gli anni, con la fatica, col sudore, con le lagrime, con i sospiri. Se hai terra nella notte di maltempo tu non dormi; anche se stanco a morte, tu non riesci a dormire, perché non sai quello che sta succedendo alla tua terra; e al mattino corri subito a vedere. Se un altro ti piglia la terra, magari pagandola col denaro, è sempre un po' come se ti portasse via la moglie; e, anche venduto, un pezzo di terra conserva per molto tempo il nome del vecchio padrone». Il cafone si viene a trovare in un rapporto simbiotico con la sua terra, il suo valore di uomo è commisurato al valore della sua terra, a quanto la terra frutta grazie ai suoi sforzi. Un uomo senza terra è un uomo senza identità, senza dignità, senza certezze, senza orgoglio. Questo è ciò che prova Berardo Viola che ormai trentenne non può sposare Elvira, perché sarebbe una vergogna mettere su famiglia senza un lavoro, senza una terra. Berardo è l’attaccabrighe del paese, è lui a capeggiare eventuali rivolte, è lui ad essere il punto di riferimento degli altri uomini quando c’è da rivendicare un diritto,
e questo solleva un altro tema importante e attuale: dove c’è povertà c’è delinquenza.
Non che Berardo sia un delinquente, ma in assenza di altri espedienti lui si ritiene legittimato a usare la forza per conquistare qualcosa che gli spetta naturalmente ma che gli viene negato. È interessante che quando Berardo tenta la strada per Roma (cercare lì un lavoro e poi tornare per acquistare una terra e sposare Elvira) egli si acquieta, è speranzoso e fiducioso, non vuole prestare più il suo appoggio a chi vorrebbe insorgere, dice che adesso bisogna ragionare e fare le cose per bene. Quando a Roma sperimenta lo stesso trattamento riservato ai cafoni di Fontamara Berardo rimane deluso, e abbandona il suo proponimento diventando semmai ancor più sfrontato, sentendo «risorgere in sé, con maggior furore, il suo vecchio modo di pensare».
Il sacrificio che compirà Berardo smuove qualcosa nelle coscienze dei Fontamaresi che tentano di redigere il primo giornale dei cafoni scritto a mano, titolato Che fare? in riferimento ad alcune problematiche del paese, come ad esempio la mancanza dell’acqua. Il giornale ovviamente è riconosciuto illegale dal governo fascista la cui milizia irrompe di nuovo a Fontamara, questa volta con conseguenze più tragiche. Durante quell’attacco i Fontamaresi si ritrovano a non saper cosa fare e si pongono la stessa domanda che dà il titolo al loro giornale, ovvero “Che fare?”. Dunque proprio quello che doveva essere uno slancio verso il cambiamento, quella che doveva essere una prima manifestazione del rifiuto a piegarsi diventa proprio ciò che non permette loro di resistere e scampare.
⭖Fontamara è il nome fittizio che Silone dà a questo paesino (specchio di Pescina, il suo paese natale in Abruzzo), ed è probabilmente allusivo al fatto che la risorsa principale che permette ai cafoni di vivere, cioè l’acqua del ruscello, è loro preclusa, e quindi quella che è la principale causa di approvvigionamento diventa causa di sventura: la fonte da dove proviene quell’acqua ha sancito un’amara maledizione.
Riguardo all’uso del termine ‘cafone’ che compare numerose volte nel libro, è Silone stesso nella sua prefazione a spiegare il motivo per cui lo adopera: «Io so bene che il nome cafone, nel linguaggio corrente del mio paese, sia della campagna che della città, è ora termine di offesa e dileggio; ma io l’adopero in questo libro nella certezza che quando nel mio paese il dolore non sarà più vergogna, esso diventerà nome di rispetto, e forse anche di onore».



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