La vita
Dello scrittore francese Romain Gary, pubblicato nel 1975, La vita davanti a sé è un romanzo che ci permette di entrare con lo sguardo in uno scorcio del quartiere parigino di Belleville degli anni settanta, popolato in prevalenza da stranieri quali arabi ed ebrei, ma anche africani; un quartiere dove si fanno largo prostitute, transessuali e ragazzi che utilizzano droga. Eppure c’è uno spirito solidale tra tutti questi individui che vivono ai margini della società e della metropoli parigina, e questo probabilmente è uno dei punti su cui Romain Gary voleva porre il focus: 📍c’è più umanità proprio laddove non ci si aspetterebbe di trovarla, e questo perché in genere le privazioni e i soprusi rendono più sensibili ai bisogni di chi sta vicino.
A dispetto di questo tipo di contesto, il romanzo non è pervaso da un’atmosfera insalubre o torbida, anzi è una realtà che essendoci presentata attraverso il punto di vista di un bambino, Momo, viene edulcorata e addolcita, filtrata dal suo sguardo che però ☝️ non è completamente puro e innocente: pur non comprendendo sempre appieno quello che vede, Momo riesce comunque a darne un giudizio acuto e a farne rielaborazioni proprie, e questo un po’ perché si tratta di un bimbo che è dovuto crescere troppo in fretta, un po’ perché dietro si cela lo zampino dell’autore che approfitta di questo espediente per rivelare certi assunti e certe verità. 🔉 Da indicare che questo tipo di narrazione che passa attraverso lo sguardo del bambino influisce sullo stile dell’autore che a tratti sembra disarticolato e sgrammaticato, a volte incespicante. Ecco alcuni esempi di quanto detto finora: «Il signor Hamil s’era perduto dentro perché la vita fa vivere la gente senza fare una grande attenzione a quello che gli succede»; «I ragazzi che si bucano diventano tutti abituati alla felicità e questa è una cosa che non perdona, dato che la felicità è nota per la sua scarsità»; «Mi faceva veramente bene parlarne con loro, perché mi sembrava che, quando le avevo sputate fuori, tutte queste cose fossero successe di meno»; «Ho notato spesso che la gente riesce a credere a quello che dice, le serve per vivere».
Al sesto piano di un condominio un’ex prostituta ebrea, Madame Rosa, offre rifugio dietro compenso ad alcuni figli di prostitute, tra cui Momo che è il più grande e che è legato profondamente a Madame Rosa: questo è proprio il motivo per cui Momo non è «datato», non si conosce il suo anno di nascita, o meglio Madame Rosa lo tiene nascosto proprio in virtù dell’affetto che la lega a Momo e nel corso del romanzo si comprenderà meglio perché ha agito in questo modo.
Quindi all’inizio Momo è un bimbo che pensa di avere 10 anni circa, che non ha mai conosciuto i suoi genitori e che vorrebbe sapere tanto dov’è sua mamma: «Sul marciapiede di fronte c’era un marmocchio che aveva un pallone e che mi aveva detto che sua madre veniva sempre quando lui aveva mal di pancia. Ho avuto mal di pancia ma non è servito a niente e poi ho avuto le convulsioni, ma sempre per niente. Per dare ancora più nell’occhio ho perfino cagato dappertutto nell’appartamento. Niente. Mia madre non è venuta e Madame Rosa mi ha chiamato culo d’arabo». Il senso di solitudine e abbandono di cui soffre Momo lo spinge persino ad attirare l’attenzione degli estranei commettendo furtarelli, e ad amare tantissimo lo studio del dottor Katz perché «era l’unico posto dove sentivo parlare di me e dove mi esaminavano come se si trattasse di qualcosa d’importante».
👩🦳 Madame Rosa nonostante mostri un carattere forte e sicuro vive anch’essa una condizione simile a quella di Momo. Tralasciando qualche amicizia come quella con Madame Lola, l’affettuoso trans senegalese del quarto piano, essa è sola e avanti con gli anni, affaticata coi suoi 95 chili, piena di malanni tra cui il cancro, e infine a dare il colpo di grazia sarà la demenza senile che le farà alternare pochi momenti di lucidità ad altri più numerosi di totale inebetimento. Questo farà soffrire molto Momo, ma lo spingerà allo stesso tempo a prodigarsi per Madame Rosa,🔹️a stimolare la sua mente e a tenerla attiva,🔹️a sospingerla insieme agli altri marmocchi lungo le scale senza ascensore,🔹️o ad ospitare il signor Waloumba del Camerun, che divideva il quinto piano con altri otto «della sua tribù» e che si esibiva nei suoi eccezionali numeri di mangiafuoco davanti Madame Rosa. Capitava che essa emanasse un cattivo odore a causa dei suoi bisogni non espletati in bagno, e allora Momo l’abbracciava più forte perché, come lui dice «non volevo che pensasse di disgustarmi».
Momo ha una «fifa blu» di restare senza di lei, ma al tempo stesso Madame Rosa ha un desiderio che riguarda il modo in cui far finire i suoi giorni e sarà Momo ad avere un’importante parte in questo, conoscendo egli molto bene le abitudini e i luoghi del cuore dove Madame Rosa si sente bene, al riparo dai suoi ricorrenti incubi e in quiete.
Nel romanzo tra i temi presentati c’è ad esempio quello della mancata assistenza alle tante persone anziane che popolano una grande città come Parigi, «[…] perché non c’è nessuno che venga a controllare che il vecchio o la vecchia siano ancora vivi e tutto si spiega soltanto quando qualcuno dice alla portinaia che c’è puzza nelle scale»; oppure un altro tema molto caro a Romain Gary è il diritto di decidere personalmente se prolungare la propria vita o meno, il diritto del paziente ad esercitare la propria volontà, tema toccato più volte nel corso della scrittura.
La vita davanti a sé è un romanzo pieno di tenerezza e dolcezza, e in particolare nella conclusione è toccante lo sforzo che Momo fa nell'infondere vitalità e ancora nel ravvivare il soffio della vita che forse è perduto per sempre… o forse no…perché negli anni che verranno Momo non resterà solo, e nell’uomo che diventerà ci sarà sempre l’influsso del bambino che ha vissuto al sesto piano di un condominio senza ascensore in un quartiere di Parigi. «Madame Rosa dice che la vita può essere molto bella ma che non è stata ancora veramente scoperta e che intanto bisogna pur vivere».



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