TEMPI DIFFICILI

E’ paradossale come Dickens abbia intitolato la sua opera Hard Times ovvero Tempi Difficili proprio nel bel mezzo di un periodo prospero in Inghilterra dal punto di vista economico.

La prima data di pubblicazione risale al 1854, dunque centralmente all’età vittoriana (1837-1901), un’età che risente positivamente delle conseguenze portate dalla prima rivoluzione industriale del secolo antecedente. La nascente classe borghese (il concetto del self-made man invalida il titolo nobiliare ereditario) si oppone alla classe operaia venutasi a creare proprio in seguito all’apparizione della macchina e della fabbrica. Così i contadini che iniziano a spostarsi dalle campagne in città diventano operai, ma… godono anch’essi dei benefici che porta ciò che per la borghesia è un’innovazione e un’evoluzione?

L’ambientazione del romanzo è collocata da Dickens nell’immaginaria città di Coketown (“Coke” prende il nome dal tipo di carbone che ha costituito la fonte di energia primaria della rivoluzione industriale), una città che in realtà evoca quella di Preston, vicino Manchester, dove Dickens fu testimone del noto sciopero dei lavoratori che vi ebbe luogo tra il 1853 e il 1854. E’ probabile che Dickens descriva Coketown alla luce di ciò che realmente osservò a Preston come in altre città ormai industrializzate dell’Inghilterra vittoriana:

🌆 una successione di serpenti di fumo ascendenti in un cielo cupo e annerito; una sequenza infinita di edifici rossi omologati tutti fra loro tanto da non poter distinguere una fabbrica da un ospedale; un agglomerato di case e viuzze tutte identiche 👇

dove anche gli operai che vi camminano si configurano come un “ammasso”, cioè senza un’accezione individuale propria, deumanizzati. 👥 Interessante che Dickens si riferisca più volte ad essi come a “le mani”, dunque un gruppo funzionale a uno scopo, «che uscivano e rientravano tutte alla stessa ora, con lo stesso scalpiccio sugli stessi selciati, per fare lo stesso lavoro».                                                                                                                                                   Da questo gruppo Dickens fa emergere un’identità, una faccia, una persona: Stephen Blackpool. Molto stanco, provato, più vecchio rispetto alla sua età a causa del lavoro delle sue mani. Alla chiusura notturna della fabbrica «il vecchio Stephen aspettava in strada, con la strana sensazione che sempre produceva in lui l’arresto delle macchine: la sensazione che avessero lavorato dentro la sua testa e lì si fossero pure arrestate». Da questo accenno sulla condizione psicofisica di Stephen a fine giornata (probabilmente in questa sensazione vi si riconosceranno molti lavoratori anche oggi) conveniamo che oltre le mani gli operai possedevano anche un collo su cui poggiava pure una testa pensante. 

Stephen è un uomo di grande integrità morale, un uomo le cui virtù in rapporto a Josiah Bounderby emergono prepotentemente. Gli incontri tra i due rendono notevole la differenza tra l’operaio e il ricco industriale e banchiere alla cui presunzione e tracotanza Dickens fa raggiungere il parossismo. Eppure, secondo il giudizio di Josiah Bounderby Stephen è un uomo di bassa levatura sociale e morale. 🔎Dunque Dickens smaschera la supposta superiorità della classe borghese, i cui parametri di giudizio si fondano esclusivamente sulla condizione sociale de le mani, non sul temperamento e sulla natura degli esseri che muovono quelle mani. 

Che la società vittoriana abbia prodotto una contraddizione di effetti è evidente anche dalla comparazione di altri personaggi, come i figli dell’utilitarista ed “eminentemente pratico” Thomas Gradgrind, Luisa e Tom, e la figlia del circense Sleary, Sissy. I primi educati a un rigido sistema che vede al centro dell’interesse di un individuo solo ciò che corrisponde ai fatti, ciò che si può misurare statisticamente, con le cifre e col calcolo, tutto ciò che è funzionale, utile e riscontrabile nella realtà.

Un’esemplificazione di ciò che comporta quest’assurda concezione si trova nei primi capitoli del romanzo: nello «spoglio, freddo, sepolcrale stanzone d’una scuola» viene spiegato ai ragazzini che sarebbe orribilmente inopportuno tappezzare una stanza con della carta su cui sono raffigurati dei cavalli, semplicemente perché «si vedono forse nella realtà – nella realtà dei fatti – cavalli che se ne vanno a spasso sulle pareti di una stanza?». Perciò, ogni forma di immaginazione ne esce bandita, ogni genere di trepidazione o sentimento per qualcosa che non sia un “fatto” non può esistere. È in questo ambiente che crescono Tom e Luisa, in totale contrasto con quello del circo in cui cresce Sissy, dove trovano libero spazio la fantasia e le emozioni. Sissy sarà sempre un esempio di vitalità e colore, e Luisa potrà riceverne una piccola contaminazione che la risolleverà un pochino dal torpore e dall’apatia in cui l’ha gettata l’educazione paterna, ma che comunque non le basterà a cambiare lo stato delle cose della sua vita. E facciamo solo un accenno all’effetto di questa educazione sul fratello di Luisa, Tom: completamente fallimentare e deludente. 

Che fosse stato anche questo l’oggetto della critica dickensiana? Il Positivismo, ai cui precetti Thomas Gradgrind si ispira per impartire la sua educazione, non vede solo il reale opposto all’immaginazione e l’utile opposto all’inutile, ma anche il positivo opposto al negativo. Dagli esiti delle vicende dei ragazzi si evince che ciò che era stato improntato al positivo è degenerato in negativo, e ciò che era considerato negativo si è dispiegato in positivo.

☑ Non è un caso se Dickens ha denominato le tre parti in cui è strutturato il romanzo come SEMINA, FALCIATURA E RACCOLTA: è un percorso che sortisce degli effetti, e il tipo di raccolta dipende immancabilmente dal tipo di semina. 

Quale la soluzione allo sfruttamento della manodopera introdotto dalla Rivoluzione Industriale? Come abolire la disparità tra la classe borghese e la classe operaia? In uno degli incontri con Josiah Bounderby Dickens mette in bocca a Stephen Pool le sue considerazioni al riguardo (e non dimentichiamo che il nostro amato scrittore visse in prima persona l’esperienza di lavoro in una fabbrica di lucido di scarpe a soli 12 anni): «Io sono troppo ignorante e rozzo per poter dire a questo signore come si deve risolvere la cosa – qualche operaio di questa città saprebbe dirlo più di me – ma so come non si deve risolvere. Non con il pugno di ferro. Vincere, trionfare non serve a niente. Mettersi d’accordo che il giusto sta sempre e soltanto da una parte, e che il torto sta sempre e soltanto dall’altra, è contro natura e non serve a niente, non servirà mai a niente. […] Se non si tratta la gente con gentilezza, pazienza e buon cuore, le stesse qualità con cui noialtri [operai] ci sosteniamo l’un l’altro e ci confortiamo nelle nostre tante disgrazie […] non servirà a niente di niente, fin quando il sole non si muterà in ghiaccio. E soprattutto, considerarli solo come braccia per il lavoro, trattarli sempre come se fossero delle cifre in una somma o delle macchine, senza affetti e passioni, senza memorie e desideri, senza un cuore che soffre e spera […] questo non servirà a niente, signore, finché dura il mondo».


Commenti

Post più popolari