Lettere a Theo

  Lettere a Theo è una raccolta di lettere scritte da Vincent Van Gogh al fratello Theo in un periodo che va dal 1875 al 1890, l’anno della sua morte. Delle 668 lettere indirizzate a Theo, questa raccolta ne comprende solo 97, perciò prima di affrontare la lettura sarebbe meglio farsi un quadro generale della biografia di Van Gogh visto che man mano che le lettere scorrono ci troviamo di fronte a già avvenuti cambiamenti nella sua vita o eventuali trasferimenti; inoltre tra una lettera e l’altra spesso vi è uno stacco di vari mesi o varie settimane.  

  Sicuramente per ciò che riguarda la comprensione della personalità di Van Gogh queste lettere costituiscono una risorsa preziosa, ci mettono in contatto con la sua emotività, con la sua indole più vera. La profonda sensibilità lo accomuna molto al fratello Theo, di cui spesso ne sottolinea le affinità intellettive, oltre al grande affetto che li lega in modo reciproco. «Quando ti ho rivisto e ho preso a camminare con te, ho avuto una sensazione che da tempo non provavo più, come se la vita fosse qualcosa di buono e prezioso da tener caro […] abbiamo bisogno l’uno dell’altro per compiere lo stesso cammino come compagni di viaggio, ma la stima che abbiamo di noi stessi dipende molto anche dai nostri rapporti col prossimo». 

  Contrariamente a questo rapporto di simbiosi col fratello, quello con i genitori e in particolare col padre (un pastore calvinista) è alquanto conflittuale. «Papà e mamma sono molto buoni, ma non comprendono i nostri sentimenti più intimi e non si rendono conto di quello che tu ed io sentiamo veramente. Ci amano con tutto il cuore (te, soprattutto) e noi due (io come te) li amiamo profondamente; ma purtroppo, in molti casi non possono darci alcun consiglio pratico e, per quanto animati dalle migliori intenzioni, spesso non ci comprendono».                                       Questa discordanza è data anche dalla reticenza di Vincent ad adattarsi al tenore sociale ed etico di cui è investita la famiglia, a quel rigido conformismo non condiviso da Vincent che ha un concetto completamente diverso di ciò che significhi “civiltà”: «Dato che vedo tanti deboli calpestati, dubito molto della sincerità di quello che viene chiamato progresso e civiltà. Io ritengo davvero che la civiltà, anche nella nostra epoca, sia solo del genere che è basato sull’umanità vera».                                A causa di quelli che Vincent giudica i suoi ripetuti “fallimenti” (le sue aspirazioni mancate o le sue vocazioni continuamente boicottate da lui stesso, che non riesce a collocarsi stabilmente in nessun ambito) egli si considera un peso per la famiglia, teme di essere fonte di delusione e di preoccupazione per il padre. La resa di Vincent negli studi scolastici non è eccellente, lavora per un po' come mercante di opere d’arte (il lavoro svolto da Theo) nell’azienda della Goupil, ma si rivela inaffidabile e scontroso. Coltiva la vocazione religiosa che lo porterà a tentare di formarsi come predicatore evangelista ma, spinto da un eccessivo e inappropriato zelo, finisce per divenire un asceta dormendo in una baracca e dando i suoi averi ai poveri mentre ne cura le malattie: in questo modo Vincent perde il suo incarico che non gli viene rinnovato.                                                                                                        Ma anche il fervore religioso sarà completamente abbandonato, e questo è evidente quando incontra la prostituta Sien, butterata dal vaiolo e con due figli (di cui uno in arrivo), che Vincent vuole accogliere presso di sé con l’intenzione addirittura di prenderla in moglie, e questo compromette ulteriormente i rapporti con la famiglia. La raccomandazione del padre «Non sacrificare la tua posizione sociale per una donna» non è ritenuta da Vincent «pertinente quando è in gioco una vita umana». Lui lo avverte come un dovere morale, non può abbandonare una donna indigente che ha bisogno di lui proprio come lui ha teneramente bisogno di lei. «Se di qualcosa devo pentirmi, è del periodo durante il quale nozioni mistiche e teologiche m’indussero a condurre una vita troppo appartata. Poco per volta, ho compreso il mio errore. Quando ti svegli al mattino e non ti trovi solo, quando nella prima luce dell’alba vedi una creatura accanto a te, il mondo ti appare più buono. Assai più buono e cordiale dei diari religiosi e delle pareti di chiesa imbiancate di cui sono innamorati i cosiddetti uomini di Dio».

  A questa «donna del popolo» Vincent dedica le sue cure così come al bimbo appena nato che considera come suo. Van Gogh è attratto dalla gente umile, particolare la sua predilezione verso i minatori di carbone: «Lavorano moltissimo e sanno fare molte cose. Hanno un temperamento nervoso -non debole ma sensibile- e nutrono un odio profondo e una forte diffidenza verso chiunque abbia un carattere autoritario. Coi carbonai bisogna avere il carattere e il temperamento del carbonaio, senza boria e supponenza, altrimenti non si riuscirà mai ad andare d’accordo con loro e a guadagnarsi la loro fiducia».                                                                     Vincent e Sien si allontaneranno l’uno dall’altra, un po’ perché Vincent cede alle pressioni della famiglia, un po’ perché si rende conto che Sien è interessata a trarre anche un vantaggio materiale dalla relazione. L’idea di quel focolare domestico che gli dava un senso di serenità e protezione è infranta, come era già stato infranto il sogno del «lei e nessun’altra» nutrito nei confronti della sua precedente fiamma, Kee, una cugina di Vincent rimasta vedova e che rifiuta il suo corteggiamento, giudicato anche dai genitori di Vincent troppo insistente e inopportuno.                                                                            Purtroppo non c’è mai stato nella vita di Van Gogh l’unico e grande amore a cui egli aspirava, e ammesso che Kee ne sia stata l’oggetto non ne fu mai ricambiato. Ma rimarrà sempre indispensabile per lui il bisogno di amare, la forza dell’amore è incomparabile e augura a Theo di trovare anch’egli «lei e nessun’altra».

  Altre delusioni affiorano lungo il cammino di Van Gogh, ad esempio Mauve, che fu una sorta di precettore per lui in merito a tecniche artistiche, gli rimprovera di avere un «cattivo carattere», e in effetti convivere con Vincent o stargli vicino non era cosa facile per via della sua indole incostante e tormentata. Questo episodio è però un pretesto per far arrivare a noi una constatazione quasi poetica che Van Gogh fa riguardo all’arte: «Mauve si offende del fatto che io abbia detto “Sono un artista”, cosa che non intendo ritrattare, perché, naturalmente, un significato aggiunto di questa parola è: “sempre alla ricerca, senza mai trovare”. È precisamente il contrario del dire: “So, ho trovato”. Per quanto io sappia, il termine significa: “Sto cercando, sto lottando, ci sono dentro con tutte le mie forze”». Una definizione di artista singolare e unica.

  Magari avesse avuto maggiore consapevolezza dell’alta qualità delle sue produzioni, in realtà ne dubitava continuamente. C’erano momenti di esaltazione in cui condivideva con Theo la gioia dei suoi progressi e la dedizione e l’impegno con cui realizzava studi di figure o disegni preparatori. D’altro canto, la mancata vendita dei suoi quadri gli faceva presupporre una certa sottostima degli stessi.                                 Anche la scarsa risorsa economica costituiva una grande impasse. «Il pensiero di trovarsi senza quanto è strettamente necessario renderebbe chiunque depresso e malinconico». Van Gogh dipese sempre dal sussidio finanziario di Theo, sia per le necessità personali sia per il materiale delle produzioni artistiche, tanto che spesso arrivava a soffrire di malnutrizione perché mangiava poco e a volte nulla per impiegare il denaro nella pittura. Il suo obiettivo era proprio quello di vendere per poter un giorno risarcire suo fratello, un debito, un peso che Vincent avvertì costantemente e di cui non poté mai liberarsi, in quanto impossibilitato a estinguerlo materialmente. 

  Ciò che Van Gogh riporta su tela è la realtà che osserva intorno a sé, prova avversione per quei pittori che «compongono e disegnano a memoria» e poi alla fine «guardano il risultato e cercano di scoprire a cosa assomigli». Lui vuole riprodurre ciò che esiste in natura, ciò che vede e sente. E per questo è attratto moltissimo dal pittore Millet che è uno dei grandi esponenti del realismo, e dedito in particolare a riprodurre la vita nei campi dei contadini. Van Gogh dice: «Vedo disegni e dipinti nelle capanne più povere, nell’angolo più lurido. E la mia mente è attratta da queste cose come da una forza irresistibile». Né vuole riprodurre al fine di «compiacere un certo gusto in fatto d’arte, ma per esprimere un sincero sentimento umano». «Voglio fare dei disegni che vadano al cuore della gente».

  Da Delacroix invece apprende la lezione sul colore e, a sua imitazione, inizia a introdurre pennellate più immediate ed espressive, quasi fulminee, dove il colore gioca un ruolo primario, così che pur servendosi sempre di modelli tratti dalla natura «mi servo del colore in modo più arbitrario per esprimermi con intensità».                             È lui che dà il via alla corrente espressionista, ovvero non più l’impressione esterna (quello che vedo riporto sulla tela, corrente impressionista) ma l’espressione interna, le sensazioni suscitate dal soggetto contemplato (riporto sulla tela quello che sento, espressionismo). E quelle pennellate si fanno sempre più marcate, vorticose ed esasperate, di evidente impatto cromatico man mano che si avvicina alla fine della sua vita, dove le sensazioni di smarrimento e sconforto si fanno più acute e le sue turbe interiori più frequenti. 

  Ma anche durante il periodo delle sue ricorrenti crisi (a seguito delle quali si decise il suo internamento nell’ospedale psichiatrico) Vincent conservava una lucidità e una forza d’animo che sarebbero dovute risultare inconsuete per un uomo affetto da schizofrenia, allucinazioni e disturbi ossessivi, oppure epilessia mentale (non c’è una diagnosi certa). Scrive a Theo: «Per quanto posso giudicare, non sono un pazzo vero e proprio. Vedrai che i quadri che ho dipinto negli intervalli sono calmi e non inferiori agli altri. Il lavoro mi manca, piuttosto che stancarmi». Ad alcuni che sostenevano l’inadeguatezza di Vincent a vivere in libertà, egli ribatte docilmente: «Se era vero che avevo ferito me stesso, non avevo ferito nessun altro». Nell’ultimo periodo Van Gogh era stato messo duramente alla prova anche dal rapporto molto teso che si era venuto a creare con Gauguin che, contrariato dal temperamento mutevole di Vincent, pone fine alla loro convivenza ad Arles e quindi anche ai loro progetti di collaborazione artistica. Vincent era molto affezionato a Gauguin, percepisce la reazione dell’amico come un abbandono, e ne soffre. 

  Scrive a Theo durante la permanenza all’ospedale di Saint-Rémy: «Durante la crisi mi sento vile per l’angoscia e la sofferenza – più vile di quanto sarebbe sensato sentirsi, ed è forse questa viltà morale che, mentre prima non mi faceva provare nessun desiderio di guarire, ora mi fa mangiare per due, lavorare tanto, e risparmiarmi nei miei contatti con gli altri malati per paura di ricadere – insomma in questo momento cerco di guarire come uno che avendo voluto suicidarsi, e avendo trovato l’acqua troppo fredda, cerca di riguadagnare la riva». In effetti furono vari i tentativi di suicidio di Van Gogh, quello del luglio 1890 gli fu fatale. Scriveva nell’ottobre 1888: «Non posso farci niente se i miei quadri non si vendono. Ma verrà il giorno in cui si vedrà che valgono più del prezzo del colore e della vita, anche se molto misera, che ci sto rimettendo». È accaduto proprio questo, quel giorno è arrivato da molto tempo ormai ma Vincent non lo ha visto, e noi che lo amiamo tanto avremmo voluto che lo vedesse. Genio incompreso mentre era in vita, conclamato artista dopo la sua morte.                                                                     La morte di un uomo di soli 37 anni giudicato come stravagante e ingestibile, ma col «cervello spesso molto stanco per sovrappiù», interiormente sovraccarico di pensieri ed emozioni. «Siamo particolarmente sconvolti quando gente più superficiale ci schernisce perché sono tanto più saggi e tanto più successo hanno nella vita. Si, allora a volte è difficile, e quando si verificano circostanze che rendono le difficoltà simili a una marea, quasi ci si pente di essere come si è e si preferirebbe aver meno coscienza». Quando l’intelligenza emotiva si ritorce contro. Spesso è il cervello iperstimolato e sottoposto ad eccesso di sensi impressioni e cogitazioni a determinare quella che viene concepita dall’osservatore esterno come inettitudine. 


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