Uomini e Topi
Recensire John Steinbeck non è affatto semplice, non solo perché parliamo di una figura di grande rilievo, un caposaldo della letteratura americana e internazionale, ma anche perché la sua è una narrativa che mira a esporre i fatti, la realtà delle cose così come accadono, senza fornire alcun particolare giudizio o interpretazione. E infatti leggere dei personaggi presenti in Uomini e Topi significa leggere di quegli uomini che popolavano il ranch di Salinas dove Steinbeck stesso lavorò da giovane e con i quali stette in contatto, significa vederli nei loro gesti e nelle loro peculiarità fisiche e caratteriali. Steinbeck riporta nei suoi testi il modo di esprimersi dei suoi contemporanei in modo molto realistico e spontaneo, così che sembra di tornare indietro nel tempo e assistere a quei dialoghi tra gente comune riportati con la stessa semplicità e naturalezza. E la stessa cosa avviene anche in Furore, per la cui stesura Steinbeck si unì a una carovana di migranti proprio con l’obbiettivo di coglierne la reale esperienza, e il risultato è un seguito di personaggi (soprattutto maschili) vividi e ben delineati. Si percepisce inoltre l’atmosfera e il paesaggio intorno, in Uomini e Topi sentiamo lo strepito dei cavalli, il tintinnio delle loro catenelle e il rumore dei ferri, all’interno di una distesa assolata e terrosa. 🌅
➫George e Lennie sono due braccianti che viaggiano e lavorano in coppia, e che questo sia qualcosa di inconsueto è indicato dalle parole di stupore che Slim esprime a George: «Quasi nessuno dei ragazzi si muove in coppia. Quasi mai ne ho visti due lavorare insieme. Lo sai come sono gli uomini, arrivano, si fanno la cuccetta, lavorano una mesata, e poi se ne ripartono da soli. Non ce n’è uno a cui importi degli altri. È strano che uno suonato come lui e un tipetto sveglio come te lavorino insieme». George e Lennie è come se fossero uno, uniti negli intenti e persino nei gesti, visto che Lennie, che soffre di un grave ritardo mentale, tende a imitare ogni posizione o movenza di George; senza di lui Lennie non avrebbe alcuna speranza di sopravvivere (morirebbe di fame o cadrebbe nelle esche di qualcuno), e così George se ne prende cura e lo sorveglia. Anche se si arrabbia spesso dovendo ricorrere a rimproveri e strigliate, il legame tra i due è profondo, e George stesso ormai non può fare a meno di Lennie. In un contesto dove regnano solitudine e diffidenza a Lennie piace sentirsi dire e ripetere a sua volta: «[Tu hai me] E io ho te. Noi ci abbiamo l’un l’altro, ecco a chi importa un fico secco di noi».
Per quanto riguarda gli intenti essi sognano di entrare presto in possesso di un piccolo terreno proprio, tramite un gruzzoletto ricavato lavorando nei ranch, così da poter finalmente mangiare il frutto del proprio raccolto e delle proprie fatiche: «Non dovremo sollevare l’orzo per undici ore al giorno. E quando seminiamo, be’, ci saremo noi a fare il raccolto. Sapremo cos’è venuto fuori dalle nostre semine». 🟤 Siamo nel 1937, la data di stesura di Uomini e Topi, nel periodo successivo alla Grande Depressione e quindi alla grave crisi economica che ne seguì, in cui era comune lavorare alle dipendenze altrui, ammesso si avesse un lavoro. E ormai era diventato un motivo ricorrente, Lennie voleva sempre che George glielo ripetesse com’era “quel posto” tanto che George ne aveva imparato a memoria la descrizione e aveva finito per rafforzare la sua convinzione nel fatto che quel sogno si sarebbe sicuramente realizzato. È il sogno americano, altro tema caro a Steinbeck, presente anche in Furore dove la voglia di una nuova sistemazione e di una vita migliore è fortissima, grande tenacia a inseguire il sogno e a mettere tutto sé stessi per realizzarlo: riuscirà o andrà in frantumi? Nel corso della breve narrazione di Uomini e Topi non abbiamo sentore positivo in merito, Steinbeck ci prepara a un esito drammatico che in particolare si cela dietro il comportamento demenziale e avventato di Lennie che non essendo capace di autogestirsi costituisce e presagisce un pericolo. In realtà a costituire l’insidia sarebbe il personaggio di Curley, dichiaratamente violento e irascibile, il contrario di Lennie che non userebbe mai la sua forza per fare deliberatamente del male a qualcuno. L’innocenza di Lennie è in antitesi con la malizia di Curley, eppure a determinare l’innesco del dramma è paradossalmente proprio la tenerezza di Lennie («Mi piace carezzare le cose belle con le dita, cose morbide»), oltre al suo forte desiderio di comportarsi bene per compiacere George e chiunque altro.
🔰Qui si fa preponderante il ruolo di George nei confronti di Lennie, ruolo che trova il suo apogeo in un gesto di “protezione” estrema, carico di pathos e di commozione, d’impotenza e desolazione. Forse qualcuno potrebbe chiedersi se davvero fosse un epilogo necessario, ma considerando il punto di vista di Steinbeck la risposta è sì, è necessario ed ineluttabile come la disfatta e la fine del sogno americano, l’inevitabilità dell’aspettativa disillusa; quel “posticino” bramato da Lennie in cui avere «un piccolo appezzamento d’erba medica» per i conigli che tanto vuole carezzare e curare, come un miraggio riecheggia beffardamente nelle sue battute finali: «Facciamolo adesso, prendiamolo adesso quel posto».
🐀 Steinbeck trasse ispirazione per il titolo di Uomini e Topi da alcuni versi della poesia del poeta scozzese Robert Burns, To a Mouse, dove gli uomini e i topi sono posti su di un piano ugualitario per ciò che concerne l’ineluttabilità degli eventi:
«Ma topolino, non sei il solo, / A comprovar che la previdenza può esser vana: / I migliori piani dei topi e degli uomini, / Van spesso di traverso, / E non ci lascian che dolore e pena, / Invece della gioia promessa!»



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