Mastro-don Gesualdo

  Mastro-don Gesualdo rientra nella serie di romanzi che avrebbero dovuto far parte del cosiddetto ciclo dei vinti, il progetto verghiano rimasto incompiuto in quanto dei cinque libri in programma Verga ne compose solo due, i Malavoglia e Mastro-don Gesualdo, quest’ultimo ambientato nella prima parte dell’Ottocento (attenzione posta ai moti rivoluzionari) e pubblicato nel 1889.                                                                                    In base a quanto sostiene Giovanni Verga attraverso l’ideale dell’ostrica da lui concepito, anche Mastro-don Gesualdo Motta è un vinto, ovvero qualcuno che ha tentato di elevarsi socialmente ed economicamente, e vi è anche riuscito per buona parte della sua vita, ma il punto è:

a quale prezzo? Che cosa don Gesualdo dovrà sacrificare sull’altare della cupidigia e delle ricchezze? Quale il risultato ultimo della sua esistenza? La sua fine stessa sopraggiungerà forse precocemente? L’affanno costante per l’accumulo e poi per la protezione della sua roba logora e dilania l’intera vita di don Gesualdo, finanche il corpo stesso.

Se si fosse attenuto allo status quo di origine seguendo il corso naturale di ciò che era stato stabilito per lui, sarebbe incappato negli stessi tormenti ?

Attraverso il ciclo dei vinti Verga vuole palesare le conseguenze e gli effetti travolgenti della                                         fiumana del progresso. «Quando ho lasciato mio padre nella fornace del gesso in rovina, che non si sapeva come dar da mangiare a quei quattro asini del carico, colla sola camicia indosso sono andato via… e un paio di pantaloni che non tenevano più, per la decenza… senza scarpe ai piedi, sissignore. La prima cazzuola per incominciare a fare il muratore dovette prestarmela mio zio il Mascalise… E mio padre che strepitava perché lasciavo il mestiere in cui ero nato». 

  Gesualdo lascia il lavoro di suo padre, Mastro Nunzio, il quale possedeva le miniere di gesso, per avviarsi alla professione di manovale, o muratore. Grazie alla sua «testa fine», Gesualdo riesce ad arricchire fino a diventare possidente fondiario, e volendolo definire con un termine moderno, un imprenditore. Presto sposa Bianca Trao, di famiglia aristocratica ora in decadenza ma dalla quale Gesualdo può acquisire il titolo nobiliare di cui sprovvisto, diventando per l’appunto don-Gesualdo, ed entrando quindi nella cerchia dei signori. Gente che avrebbe dovuto favorire i suoi affari ma che in realtà Gesualdo non riuscirà mai a ingraziarsi del tutto e che anzi, pieni di ipocrisie e sotterfugi, conserveranno sempre il pregiudizio verso un bracciante arricchito quale egli era

  Don Gesualdo incontra il disfavore dei nobili soprattutto nel suo intento di voler impossessarsi delle terre del comune, avendo la possibilità di proporre somme molto più elevate di quelle offerte dagli altri. Questa superiorità economica riflessa nella sua arrogante persona suscita lo sdegno generale. Come gesto di beffa nei confronti della nobiltà don Gesualdo partecipa a qualche riunione segreta della Carboneria, dove i rivoluzionari e i «villani» rivendicano ognuno il loro pezzo di terra, proprio ciò di cui don Gesualdo vuole essere padrone indiscusso. Ma egli sa che per evitare eventuali rischi futuri è bene ingraziarsi anche loro. Non condivide il loro impegno e i loro propositi nonostante lui stesso in passato sia stato guidato dalla stessa propulsione che muove ora la rivoluzione, così infatti definita: «Rivoluzione vuol dire rivoltare il cesto, e quelli ch’erano sotto salire a galla: gli affamati, i nullatenenti!»  

  Mastro-don Gesualdo non è ben visto nemmeno all’interno della sua famiglia dove ha un rapporto complicato con Mastro Nunzio che ha un atteggiamento competitivo e superbo verso il figlio; non va meglio con il fratello Santo, alquanto sfaccendato, a cui Gesualdo provvede ma che comunque mostrerà sempre segni d’ingratitudine e noncuranza; così anche sua sorella Speranza con a seguito marito e figli rinfaccia spesso al fratello la sua agiata condizione economica rispetto ai sacrifici a cui lei è sottoposta. E tutto ciò nonostante Gesualdo non manchi mai di provvederle, se pur per mere questioni di coscienza.

  Soprattutto non riesce a guadagnare l’amore di sua moglie, Bianca, che non è innamorata di Gesualdo che pure non fa molto per farsi amare da lei, a eccezione della stabilità materiale che le garantisce. Bianca è stata costretta a sposare Gesualdo proprio per risollevare le sorti economiche della sua famiglia, dunque un matrimonio d’interesse da entrambe le parti. Eppure è uno dei pochissimi personaggi all’interno della storia, sicuramente insieme a Diodata, a essere guidata da sentimenti più genuini. Essa si trova sovrastata da quel mondo fatto di apparenze e interessi, tremante e pallida, non riesce mai a biascicar parola, e forse considera la sofferenza che le deriva da quel matrimonio indesiderato come una sorta di penitenza per la condotta scandalosa avuta col cugino Rubiera che lei realmente amava, e alle conseguenze di questa condotta bisognava riparare proprio tramite il matrimonio occorso con Gesualdo.                                                                                                        Bianca non dà a suo marito un erede maschio, ma solo quella femminuccia, Isabella, della quale peraltro la paternità di Gesualdo è alquanto dubbia: un elemento che rimane un po' un mistero all’interno del romanzo, Verga non ce lo disvela chiaramente. Certamente sappiamo che Isabella si identificherà sempre col cognome della mamma, Trao, e che non si affezionerà mai a suo padre: anche in questo c’è una grave carenza da parte di Gesualdo che sebbene non faccia mancare nulla a sua figlia sia in termini di beni che d’istruzione non riuscirà mai a renderla felice in quanto anche nel caso di Isabella verrà deciso chi poter amare e chi no, conducendo il padre una vera repressione delle inclinazioni giovanili della figlia. «Tale e quale sua madre. – Così il pesco non si innesta all’ulivo. – Tante punture di spillo; la stessa cattiva sorte che gli aveva attossicato sempre ogni cosa giorno per giorno; la stessa guerra implacabile ch’era stato obbligato a combattere sempre contro tutto e contro tutti; e lo feriva sin lì, nell’amore della sua creatura».

  Altro personaggio positivo dicevamo è Diodata, una delle serve di Gesualdo a cui egli aveva dato asilo e con la quale aveva anche avuto due figli maschi. Diodata gli è teneramente e sinceramente devota, è l’unica che prova dei sentimenti verso don Gesualdo, ma questi per ragioni sociali non avrebbe mai potuto legarsi a lei, Diodata lo sa e accetta remissiva il suo matrimonio con Bianca.                                                                 ⭕️ Interessante il fatto che probabilmente Diodata è l’unica donna verso la quale Gesualdo prova affetto, «Il bene che voglio a te non lo voglio a nessuno, guarda!» Ovviamente per lui il piacere di convivere in una famiglia dove c’è amore, con figli per giunta suoi, non ha nessuna importanza: l’amore che ha per la roba supera persino l’amore per sé stesso. Anche qui Gesualdo fa tacere la sua coscienza e provvede alla sistemazione di Diodata organizzandole il matrimonio con Nanni l’Orbo, che prende con sé pure i figli della serva. Anche in questo senso Mastro-don Gesualdo è un vinto.

  In realtà il suo fallimento abbraccia tutti i campi della vita. Proprio l’uomo che egli aveva voluto come marito di sua figlia, il duca di Leyra, sperpererà la dote di Isabella: la decisione che gli era costata un’ulteriore allontanamento di sua figlia da lui non aveva neanche prodotto i vantaggi che lui pensava. Inoltre la gente inizia ad aizzarglisi contro, reclama i suoi beni e lo copre di improperi, «si pretendeva che don Gesualdo dovesse aprire i magazzini alla povera gente».                                                         Tutto questo mentre è malato e debole, divenuto ormai «l’ombra di sé stesso», con la morte che gli si affaccia dinanzi costante mentre egli pensa alla roba che lascia: «Avrebbe voluto distruggere d’un colpo tutto quel ben di Dio che aveva accumulato a poco a poco. Voleva che la sua roba se ne andasse con lui, disperata come lui». Muore solo, all’interno del palazzo ducale della figlia, abbandonato da tutti, nel dileggio della servitù infastidita dai suoi tediosi rantoli.





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