I dolori del giovane Werther
«La tranquillità interiore e la soddisfazione di sé sono una cosa meravigliosa. Caro amico, perché questo gioiello è tanto fragile quanto è bello e prezioso?» Credo che queste parole di Werther rilevino una verità che è specchio del pensiero di ogni essere cosciente che esiste al mondo: la pace interiore è un bene supremo. Essere in pace con noi stessi ci fa essere in pace con tutto il resto, perché tutto ciò che è fuori di noi (la nostra vita pratica e le nostre mansioni) orbita attorno al nostro equilibrio interiore, che è come un nucleo, e senza del quale ci sentiamo spaesati e non riusciamo a ‘muoverci’ nella vita. Ecco perché è tanto prezioso dice Werther, ma al contempo anche molto fragile: quante volte capita di smarrire la bussola e sentirsi confusi, d’altronde la vita è fatta di alti e bassi e questo è normale, ma quando ci accade di passare un brutto periodo è allora che ci rendiamo conto di quale bene prezioso sia la nostra ‘pace’. Werther stesso ha mutamenti d’umore, da un certo momento in poi però si ritrova in preda a uno scombussolamento continuo. «Che disgrazia, Wilhelm, le mie energie sono degenerate in un’inerzia irrequieta, non riesco né a stare in ozio né a darmi da fare. Non ho fantasia, né sentimento della natura e i libri mi disgustano. Quando manchiamo a noi stessi, tutto ci manca». Quando manchiamo a noi stessi tutto ci manca.
Tutto ciò accade spesso a chi ha in dote una sensibilità sopraffina, a chi “sente” di più, a chi “vive” di più. «Oh, come mi sgridò lungo la strada del ritorno per l’esagerato ardore con cui partecipo a ogni cosa, dicendo che in questo modo mi distruggerò, e che devo avere maggior riguardo per me!» E sicuramente l’elemento fondante dell’amore per Charlotte è proprio la vicendevole comprensione, quel sentirsi accolti e capiti, quella sintonia armoniosa che accorcia le distanze e ci fa sentire meno soli, in amore come in amicizia. «Trovai molto carattere in tutto quello che diceva; a ogni parola vedevo prorompere un fascino nuovo, nuovi lampi di spirito dai tratti del suo volto, che si distendeva vieppiù lieto, perché sentiva che la comprendevo». Che questa sia la spinta propulsiva all’amore di Werther per Charlotte è intuibile da come lui definisce la ragazza alla quale fa da cavaliere durante un ballo: «buona e bella ma per il resto insignificante».
Sentirsi amati ci fa stare bene con noi stessi: «E come acquisto valore anche ai miei occhi, come - a te posso confidarlo, tu puoi capire – come adoro me stesso da quando lei mi ama!» E questo non avviene solo quando si è innamorati ma anche quando si coltiva un vero e profondo rapporto di amicizia, e infatti per Werther l’amico Wilhelm è un punto saldo della sua esistenza: tu puoi capire. Quella ricerca di affinità e comprensione reciproche ha un’eguale importanza nell’amore come nell’amicizia: d’altronde spesso l’amore è il seguito di un’amicizia, e l’amicizia fa da preludio all'amore. Ma anche una volta trovato l’amore, è impossibile pensare di essere ormai completi e di non aver bisogno dei nostri amici, perché l’amore e l’amicizia sono due cose differenti, abbiamo bisogno di entrambi per stare bene. Non perché abbiamo trovato uno possiamo fare a meno dell’altro.
Werther è attratto dalla natura, dagli uomini e dalle cose semplici, si rende conto della vacuità di certe cose che generalmente si considerano essenziali o irrinunciabili: «Tutte le cose di questo mondo alla fine si riducono a inezie, e un uomo che si consumi lavorando per procurarsi denaro, onori o altro, solo per volontà altrui, non per seguire una sua passione o un bisogno, è sempre uno stolto». «Ma ahimè, quando accorriamo là, quando il laggiù è diventato qui, è tutto come prima, ci ritroviamo nella nostra miseria, nella nostra limitatezza, e la nostra anima anela al conforto svanito. Per questo anche il più irrequieto dei vagabondi prova alla fine nostalgia della patria, e nella sua capanna, al seno della sua sposa, in mezzo ai suoi figli, tra gli affanni per mantenerli, trova quel diletto che aveva inutilmente cercato nel vasto mondo». E come nel diciottesimo secolo in cui Goethe vive e scrive, è così anche nel nostro di secolo: nonostante il trascorrere delle epoche e i relativi progressi ed evoluzioni, le emozioni e i sentimenti che provano gli uomini restano sempre gli stessi, immutabili nel tempo. E quindi anche oggi resta valida questa verità: Quando il laggiù è diventato qui, è tutto come prima.
Werther è indignato anche dalle ambizioni e dall’ipocrisia dell’alto mondo aristocratico, e dalla differenza di ceti che fa sentire greve il suo peso: lui stesso subisce l’umiliazione pubblica di non essere considerato idoneo per un certo ambiente e per una certa compagnia. Alla luce di questo sono interessanti le sue parole sugli arrivisti sociali: «Questi stolti non si accorgono che in fondo non è il posto che importa, e che quasi mai colui che occupa il primo svolge il ruolo più importante. Quanti re sono governati dal ministro, quanti ministri dal loro segretario! E chi è allora il primo?»
Uno tra i pensieri wertheriani più preziosi è che non dobbiamo giudicare noi stessi sulla base di quello che vediamo negli altri: «Certo, poiché siamo fatti così che confrontiamo ogni cosa con noi stessi e noi stessi con ogni cosa, la felicità e l’infelicità dipendono dalle cose con cui ci paragoniamo, […] Quante volte sentiamo le nostre manchevolezze, e spesso ci sembra che ciò che ci manca lo possieda qualcun altro, al quale poi attribuiamo anche tutto ciò che noi abbiamo, e in più un certo compiacimento ideale. Ed ecco che la nostra creatura, l’uomo felice, è perfettamente compiuta. Al contrario, se continuiamo a lavorare nonostante tutta la nostra debolezza e la nostra pena, spesso troviamo che ondeggiando e bordeggiando andiamo più lontano di altri che vanno a vela e a remi… in tal modo acquistiamo coscienza di noi stessi andando al passo con gli altri o precedendoli addirittura». Questo è uno dei passaggi a mio avviso più belli per noi: quante volte vediamo negli altri ciò che ci manca, o tendiamo a fare di loro una valutazione spropositata ledendo così la nostra autostima. Ma Werther dice che, ammesso che percepiamo effettivamente le nostre manchevolezze o debolezze, ciò che conta è l’atteggiamento: se non ci arrendiamo e non ci facciamo condizionare né dai successi altrui né dalle nostre battute d’arresto potremo anche noi costruire la nostra autoconsapevolezza e le nostre proprie e personali referenze, che contraddistinguono solo noi e nessun altro.
Un altro passaggio che ha un forte richiamo con la realtà attuale è la descrizione di un malessere da cui Werther è colto, e che noi probabilmente definiremmo come un attacco di panico. I sintomi di Werther sono questi: «e poi i miei sensi a poco a poco si tendono, si fa buio davanti ai miei occhi, odo a malapena e mi sento stringere la gola come da un assassino, allora il mio cuore cerca di reagire all’oppressione dei sensi con i suoi palpiti impetuosi e non fa che aumentare la confusione… Wilhelm, spesso non so se sono a questo mondo». Diremmo noi derealizzazione, estraniazione, smarrimento e senso di terrore per una calamità incombente.
Particolare attenzione è posta alla causa del suicidio, a tal proposito Werther ha una fervida discussione con Albert sulla possibilità di poter giustificare questo atto o meno. Werther paragona il disagio di vivere a una malattia letale che conduce il corpo alla degradazione fisica e alla morte: gli effetti sono gli stessi nel caso di una malattia dello spirito. Da questo punto di vista c’è un profondo pessimismo da parte di Werther il quale non concepisce soluzione né possibilità di opposizione al così inteso grave problema. E credo che qui si crei una frattura, non quella già esistente in chi non ama particolarmente il Werther e ‘i suoi dolori’, ma proprio nei filo-wertheriani, la maggioranza dei quali sicuramente non risponde all’idea del suicidio in quei termini. A gettare un’ulteriore ombra è il fatto che la pubblicazione dell’opera che fece un immediato successo coincise con una escalation di suicidi all’epoca.
Quello in cui per certo tutti crediamo è che ogni cosa ha una fine, tutto volge ad un termine, e se crediamo questo dobbiamo pure credere che anche le cose brutte hanno una fine. Mentre ognuno di noi è un essere unico e irripetibile. «Inoltre apprezza di più il mio ingegno e i miei talenti che non il mio cuore, che invece è il mio solo orgoglio ed è l’unica sorgente di tutto, di ogni energia, beatitudine e miseria… Ah, chiunque può sapere quello che io so… ma il mio cuore l’ho soltanto io».


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