L’autrice di Suite Francese, Irène Némirovsky (nasce a Kiev in una famiglia di origini ebraiche, emigra poi a Parigi), ideò la sua opera in modo che constasse di almeno cinque parti, cinque romanzi, cinque movimenti musicali, un po' come un insieme di vari brani strumentali eseguiti in un unico concerto. Le parti sarebbero risultate collegate tra loro, e questo è uno dei motivi per cui Suite Francese è giudicato un capolavoro incompiuto, in quanto gli altri “movimenti” avrebbero continuato a tessere le vicende di alcuni dei personaggi di cui si narra nelle due parti che l’autrice è riuscita a portare a compimento, ovvero Tempesta di giugno e Dolce. Altri lettori invece, terminando Suite Francese non provano la sensazione di incompiutezza, o la necessità di venire a conoscenza di un seguito, e questo probabilmente perché ognuno dei libri basta a sé stesso in relazione all’obbiettivo che l’autrice si era posta: fornire un quadro sociale della Francia all’epoca della disfatta del giugno 1940, quando le truppe tedesche entrano trionfalmente a Parigi.
1️⃣ Il primo libro, Tempesta di giugno, è un caleidoscopio di volti e storie di vita, molte delle quali si intrecciano tra loro perché accomunate dalla stessa tragedia, vissuta però in modo differente a seconda del background di provenienza. Ed è questo il perno della narrazione di Tempesta di giugno.
👜 La fuga da Parigi è preceduta dalla preparazione meticolosa di una valigia riempita oltre la sua effettiva capienza da beni assolutamente non necessari alla conservazione della vita, se si pensa che questa fuga avveniva sotto attacco dell’aviazione tedesca che, a intermittenza, bombardava la città e le stazioni ferroviarie, così da ostacolare le partenze. Anche l’ingorgo delle auto e di altri mezzi era tale che uscire da Parigi diventava impossibile, e chi viaggiava in auto non riusciva a fare molta più strada di chi si era messo in cammino a piedi.
💍🏺🪞In tutto ciò, particolare attenzione veniva prestata all’argenteria, ai pezzi più preziosi del servizio da tavola, a tavolini e specchi ornati distintamente, alle porcellane, ai gioielli, alle pellicce. Corbin, uno dei direttori della banca dove lavoravano i Michaud, un’umile coppia di impiegati, aveva raccomandato loro di portare solo un po' di biancheria, ma al momento della partenza la coppia trova il sedile posteriore interamente occupato dal cane e dai bagagli della bisbetica amante di Corbin, tanto da non esserci più posto in macchina per i Michaud; ma questo non sembra gettare in apprensione Corbin. È come se Irène Némirovsky volesse delineare uno spartiacque tra la più effimera vanità e la più graziosa virtù. Per i Michaud ciò che ha valore risiede in altro: <<I Michaud si erano alzati alle cinque del mattino per avere il tempo di mettere in ordine l’appartamento prima di lasciarlo. Certo, era strano prendersi tanta cura di cose senza valore e condannate, con ogni probabilità, a scomparire sotto le prime bombe che fossero sganciate su Parigi. […] Non avrebbero potuto portarsi via tutti i loro ricordi. Per quanto potessero fare, i più belli sarebbero rimasti lì, tra quelle misere pareti. Sistemarono i libri nella parte più bassa di un armadio a muro, insieme a quelle piccole foto amatoriali che si ripromettevano sempre di incollare su un album e che restano accartocciate, sbiadite, incastrate nella scanalatura di un cassetto>>.
I Michaud sono in costante apprensione per la sorte del loro figlio soldato Jeanne-Marie di cui non hanno notizie, mentre la signora Péricand, in fuga dopo la detonazione di una bomba, riesce a pensare: “Le cose più preziose sono in salvo grazie a Dio!”, sentendo sbattere sul petto i gioielli e il denaro. Questo pensiero riusciva a presentarsi lucido nella sua mente oltremodo occupata dal pensiero per i suoi due figli maggiori “dispersi”, lontani da lei.
Due episodi a sé che però possono interfacciarsi tra loro riguardano due furti. A Gabriel Corte, scrittore dall’aria supponente, gli viene sottratto del cibo da parte di una famiglia che poco prima lo aveva disgustato con i loro visi luridi all’interno di una carrozzeria a pezzi: “Che incubo! Oh, la bruttezza, la volgarità, l’orrida bassezza di questa folla!” Accade più tardi che il benestante e facoltoso Charles Langelet (secondo il quale gli uomini non avevano molta importanza, ovvero in una guerra bisognava preservare le opere d’arte, i musei, le collezioni), si offre con ipocrita benevolenza di fare la guardia all’auto (rifornita di benzina) di due giovani innamorati che, a detta sua, avrebbero dormito meglio distesi sull’erba e non aggrappati al volante. Appena i ragazzi si allontanano per riposare lui trasferisce il loro carico di benzina nel suo serbatoio, ripartendo con un sorriso compiaciuto. E dunque. . . 💎 Forse la bruttezza, la volgarità e la bassezza sono tratti del profilo umano, non di una categoria. 💎
Hubert, il secondogenito dei Péricand, non avendo l’età legale per combattere, insiste sulla rivendicazione del diritto all’arruolamento dei giovanissimi (sedicenni in su). Sogna di essere in prima linea nella battaglia, di dare il suo personale contributo: l’idea di mettere la sua vita al servizio della patria lo esalta. ➡️ Il suo personaggio ci ricorda l’euforia collettiva allo scoppio del conflitto del ‘14, accolto con entusiasmo dai soldati che dovevano partire per il fronte: morire per la patria era qualcosa di glorioso ed eroico. Seguì ovviamente la disillusione nelle trincee: ben presto anteposero la sopravvivenza a qualsiasi altro valore. Morire sventrati e sepolti in una fossa comune non aveva nulla di eroico o dignitoso. Eppure inizialmente lo spirito di Hubert era lo stesso di tanti soldati che si arruolavano. Nel secondo libro, Dolce, Lucile dice a Bruno che l’uomo non dovrebbe essere sacrificato in nessun modo. E Bruno risponde che è proprio questo il quesito: individuo o comunità? <<Noi tedeschi crediamo nello spirito della comunità, così come si parla dello spirito dell’alveare nelle api>>. Intendeva probabilmente lo spirito che c’è in una colonia di api, dove tutte intercorrono al bene dell’alveare. Lucile pensa tra sé e sé: “Individuo o comunità?... Mio Dio, non è una novità, non hanno inventato niente. Anche i nostri due milioni di morti nell’altra guerra sono stati sacrificati allo ‘spirito dell’alveare’! Sono morti… e venticinque anni dopo… Che inganno! Che vanità!... Ci sono leggi che regolano il destino degli alveari e dei popoli, ecco tutto! Lo stesso spirito del popolo è sicuramente governato da leggi che ci sfuggono, o da casualità che ignoriamo. Povero mondo, così bello e così assurdo…”.
2️⃣ È nel secondo libro, in Dolce, che il soldato nemico, il tedesco vincitore viene al contempo smitizzato e umanizzato. Lucile, così candida e docile, non fa fatica a innamorarsi di Bruno, l’ufficiale tedesco che alloggia a casa sua: la sua passione per la musica, la sua eleganza, la sua educazione, i suoi modi raffinati, la sua capacità di guardare nell’animo di Lucile. Sogna anche lui la fine della guerra, spera di ritornare a casa; qui… a Bussy… nel villaggio di Lucile… esegue solo degli ordini. Intanto i francesi si dicono l’un l’altro: <<Quel Willy che ha chiesto il permesso di abbracciare la mia bambina, dicendo che ne aveva una della stessa età in Baviera, quel Fritz che mi ha aiutato a curare mio marito malato, quell’Erwald che trova la Francia un magnifico paese, e quell’altro che si è tolto il berretto davanti alla fotografia di mio padre ucciso nel ’15…>>.
Persone avanti con gli anni hanno raccontato in effetti dell’affabilità dei soldati tedeschi nei territori da loro occupati, di una convivenza gioviale tra vincitori e vinti. ✋️D’altra parte, la storia testimonia i crimini di guerra di cui si sono resi colpevoli i soldati di ogni nazionalità, e quelli tedeschi non furono da meno: le violenze sulle donne ebbero inizio sin dall’invasione della Polonia nel 1939, quindi non appena la guerra ebbe inizio, e continuavano ancora nel 1941 con l’Operazione Barbarossa, ovvero l’attacco tedesco all’Unione Sovietica. Nella loro controffensiva le forze russe fecero esattamente lo stesso: lo stupro era stato adottato come strumento bellico.
Infine ricordiamo che a seguito della campagna antisemita contro gli ebrei, Irène Némirovsky si era rifugiata nel villaggio di Issy-l’Èvêque, in Borgogna, e qui si dedicava alla stesura di Suite Francese. Viene prelevata il 13 luglio del 1942 e portata ad Auschwitz dove muore un mese dopo, proprio per mano del “tedesco” che lei aveva rappresentato uomo, amico, umano.
Il lettore che conosce la vicenda dell’autrice, quando si imbatte in queste parole non può che rimanerne toccato: <<Mi consola la certezza che le passioni spinte al parossismo come accade ora finiscono per estinguersi. Che ciò che ha avuto un inizio avrà una fine. Insomma, che le catastrofi passano e che bisogna cercare di non passare prima di loro. Dunque, prima di tutto vivere: Primum vivere. Giorno per giorno. Resistere, attendere, sperare>>💔



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