Siddharta

 Siddharta è la famosissima opera del celebre scrittore tedesco Hermann Hesse (Premio Nobel per la letteratura nel 1946), un’opera che trae forte ispirazione da un viaggio che l’autore fece in India nel 1911, redigendo poi il romanzo nel 1922.                                                        E infatti Siddharta si distingue per il suo sapore tutto orientale e per i principi fondanti della religione buddista; che poi più che di religione si tratta di un modo di sentire, è percezione o prospettiva tutta interiorizzata: si parla del buddismo come la ricerca di illuminazione senza Dio, e d’altronde il Budda non ha mai preteso d’essere un dio.

  Scopo del protagonista del libro è proprio la ricerca avente a che fare col proprio Io, con il Sé, con l’Atman (la propria anima). ↔️ Al fine di condurre questa ricerca Siddharta attraversa varie fasi: innanzitutto lascia la casa di suo padre appartenente alla casta sacerdotale dei Brahmini la cui educazione e i cui rituali lasciano Siddharta insoddisfatto e accrescono anzi la sua sete di sapere; quindi inizia la sua vita girovaga insieme ai Samana della foresta, praticando l’ascetismo e quella che potremmo definire sospensione della realtà, annullamento dei propri sensi e della propria coscienza fino a non avvertire né dolore, né freddo, né fame, in particolare attraverso la pratica della spersonalizzazione insegnatagli «dal più vecchio dei Samana». Ma anche tutto questo non colma il vuoto che Siddharta sente, giudicandolo solo come «una breve pausa nel tormento di essere Io, è un effimero stordimento contro il dolore insensato della vita».                                                                                                                                                                      La delusione che prova sta anche nel fatto che questa perdita di contatto con la realtà implica pure «trattenersi in una bestia, nella pietra» ad esempio, e quindi entrare nel circolo delle trasformazioni da cui è inevitabile il ritorno, al risveglio, nell’Io-Siddharta. Per questo egli si volge ad altro sentiero: ascoltare la dottrina di Gotama il Sublime, cioè il Budda stesso, di cui si diceva fosse riuscito a fermare questo ciclo di rinascite e trasformazioni (samsara), e infatti la liberazione dal dolore e dalla morte implicava l’affrancamento da questo cerchio. Ma anche in questo caso Siddharta dice a Gotama che pur non dubitando affatto che lui fosse l’Illuminato e che avesse raggiunto la perfezione del Nirvana, comunque c’era riuscito unicamente grazie a sé stesso e non attraverso una dottrina; e in effetti il rifiuto della dottrina era il motivo per cui Siddharta aveva abbandonato gli insegnamenti dei Brahmini con cui era cresciuto e lo stesso motivo per cui ora non avrebbe seguito neanche il Budda con la sua “dottrina”. Egli capiva che si trattava di un percorso individuale e autoconsapevole, e infatti l’illuminazione e la salvezza, quindi il raggiungimento del Nirvana, non provengono né da qualche forma di divinità, né da qualsiasi altra forza esterna, bensì dal di dentro della persona che compie un personale sforzo per avere retti pensieri e produrre retti propositi. Per questo dice Siddharta che d’ora in poi «Dal mio stesso Io voglio andare a scuola, voglio conoscermi, voglio svelare quel mistero che ha nome Siddharta». Si dice infatti che il Budda stesso in punto di morte abbia detto ai suoi discepoli di non ricercare la verità e il rifugio in niente e nessuno se non in sé stessi.

  Adesso inizia la fase della vita di Siddharta il risvegliato, comincia a vedere il mondo con occhi nuovi, diversi, e comincia anche a viverlo. Si rende conto che «Il senso e l’essenza delle cose erano non in qualche cosa oltre e dietro loro, ma nelle cose stesse, in tutto». Come accolto finora l’Io del pensiero, Siddharta accoglie pure l’Io dei sensi, prima d’allora sempre escluso. Smette di vivere una vita da mendicante, entra in città e comincia la sua vita mondana: per la prima volta in assoluto inizia ad apprendere l’arte dell’amore grazie alla cortigiana Kamala e anche l’arte del commercio grazie al mercante Kamaswami. Una vita immersa nel lusso nei piaceri e pure nel gioco d’azzardo, ma senza mai porvi realmente il cuore, anzi con cinico e spregiudicato distacco si ritrova a vivere con quelli che definisce uomini-bambini. «Li vedeva affannarsi, soffrire e farsi i capelli grigi, per cose che a lui parevano di nessun conto: denaro, piccoli piaceri, piccoli onori, e li vedeva litigarsi e accapigliarsi, li vedeva lamentarsi di dolori sui quali il Samana sorride, e soffrire per privazioni di cui il Samana nemmeno s’accorge».

  Sempre più immerso in quel genere di vita all’insegna dei godimenti e dei piaceri Siddharta ne prova a un certo punto disgusto e repellenza non avendovi trovato nessun senso e «nulla di vitale». Così Siddharta abbandona la città e tenta il suicidio nello specchio d’acqua del fiume il quale però gli suggerisce il richiamo al sacro Om «l’antica parola con cui hanno inizio e fine tutte le preghiere dei Brahmini». Da questo momento avviene in lui una sorta di purificazione e in un certo senso di azzeramento: «Proprio in ciò consisteva l’incantesimo che nel sonno e attraverso l’Om s’era prodotto in lui, che ora egli amava ogni cosa, era pieno di lieto amore per tutto ciò che vedeva. E proprio questa – così ora gli pareva – era stata finora la sua grave malattia, di non saper amare nulla e nessuno».                                                                     In particolar modo riscopre l’amore attraverso l’esperienza genitoriale: quando egli scopre di avere un figlio scopre pure cosa significano quelle passioni per cui tanto si affannavano gli uomini-bambini, rendendosi conto di essere anch’egli uno di loro, «e soffriva a causa d’una creatura umana, amava una creatura, si perdeva per amore, per amore diventava un povero stolto». Addirittura, nel confronto con queste nuove sensazioni Siddharta mette in discussione il valore della sua ricerca: «Degni d’amore e d’ammirazione erano questi uomini nella loro cieca fedeltà, nella loro forza e tenacia altrettanto cieche. Che cosa mancava loro, che cosa aveva più di loro il saggio, il filosofo, se non un’unica inezia, un’unica, piccola, meschinissima cosa: la coscienza, il pensiero consapevole dell’unità di tutta la vita? E spesso Siddharta dubitava perfino se di questo pensiero fosse poi proprio da far sì alto conto, o non fosse poi magari anch’esso una fanciullaggine degli uomini-filosofi, dei filosofi-bambini. In tutto il resto gli uomini del mondo erano pari ai saggi, anzi, spesso erano loro di gran lunga superiori, così come anche le bestie, in molti casi, con la sicurezza infallibile dei loro atti guidati dalla necessità, possono sembrare superiori agli uomini».

  L’ultima fase della sua vita Siddharta la trascorre presso il fiume accanto al sereno e mite barcaiolo Vasudeva che diventa per lui un modello e un rifugio al contempo. Siddharta giunge alla conclusione che Nirvana e samsara possono essere immaginate come coesistenti in una cosa sola, «Per questo a me par buono tutto ciò che esiste, la vita come la morte, il peccato come la santità, l’intelligenza come la stoltezza, tutto dev’essere così, tutto richiede solamente il mio accordo, la mia buona volontà, la mia amorosa comprensione, e così per me tutto è bene, nulla mi può far male». Questo è in linea con la prospettiva personale e interiore di cui parlavamo all’inizio e sulla quale si impernia il buddismo: un credo e un sentire interiorizzato e autoconsapevole, dove gioca un ruolo importantissimo la propria volontà e i buoni propositi.                                                                                                                            Anche riguardo il ciclo delle trasformazioni adesso Siddharta dice, riferendosi a una pietra come esempio, che «io l’amo e l’onoro non perché un giorno o l’altro possa diventare questo o quello, ma perché essa è, ed è sempre stata, tutto». 

  📍Siddartha non fa altro che raggiungere la Via Media, quella che aveva pure raggiunto il Budda stesso, la cui vita infatti è ricalcata dal personaggio di Siddartha: in lui Herman Hesse ha voluto racchiudere e richiamare tanti elementi biografici della vita di Gotama Budda. Si narra infatti che Gotama dopo esser vissuto a corte e nel lusso abbandonò la sua famiglia e i suoi beni per trascorrere i successivi anni nella ricerca presso maestri e guru indù. Praticò la meditazione, il digiuno, lo yoga, si sottopose a straordinarie privazioni, eppure non raggiunse nessuna pace spirituale o illuminazione, avvedendosi che questa vita di rinunce era inutile proprio quanto la vita dissipata che aveva condotto in precedenza. Perciò adottò a questo punto quella che chiamò la Via Media, evitando entrambi gli estremi della condotta e ragionando che la ricerca e la risposta doveva trovarsi nella sua propria coscienza.  

                                                                                                                                                                                                                                        

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