L'esclusa, di Pirandello.      

“Imparerai a tue spese che lungo il tuo cammino incontrerai milioni di maschere e pochissimi volti.” 

L’esclusa del 1908 è il primo dei romanzi di Pirandello, e già in questa fase iniziale della sua produzione si scorge qualche elemento che contraddistingue la sua poetica, ovvero l’umorismo. Che poi l’umorismo pirandelliano non è altro che ridere e riflettere a un contempo, o forse, sarebbe anche corretto dire che, dopo un iniziale sorriso (provocato dall’avvertimento del contrario, ex: una vecchietta molto rugata ma estremamente imbellettata e colorata) subentra la riflessione (in questo caso sentimento del contrario, ex: la vecchietta è rammaricata del suo inesorabile declino), e quindi si entra in empatia e compassione con ciò che ha scatenato il sorriso. 

La protagonista, Marta Ayala, è una giovane donna ripudiata dal marito, dai parenti del marito e dal suo stesso papà per una colpa che non ha commesso: l’adulterio. Si potrebbe dire che Marta sia stata fraintesa, o che troppo rapidamente si sia giunti a conclusioni avventate. Marta ha semplicemente intrattenuto una corrispondenza con Gregorio Alvignani (noto avvocato prossimo a essere eletto deputato), una corrispondenza puramente intellettuale, almeno da parte di Marta, donna interessata alle lettere e alla cultura ma che aveva dovuto interrompere gli studi perché promessa in matrimonio a Rocco Pentagora, con cui condivide poco o nulla sotto questo aspetto, ma verso il quale Marta intende rimanere fedele. Così quelle lettere intrattenute con l’Alvignani erano per lei un mero esercizio intellettivo, una finestrella sul mondo. «A ogni donna onesta, che non fosse brutta, poteva capitar facilmente di vedersi guardata con strana insistenza da qualcuno; e se colta all’improvviso, turbarsene; se prevenuta della propria bellezza compiacersene. Ora a nessuna donna onesta, nel segreto della propria coscienza, sarebbe sembrato di commettere peccato in quell’istante di turbamento o di compiacenza, carezzando col pensiero quel desiderio suscitato, immaginando in uno spazio fuggevole un’altra vita, un altro amore… Poi la vista delle cose attorno richiamava, ricomponeva la coscienza del proprio stato, dei proprii doveri; e tutto finiva lì… Momenti! Non si sentiva forse ciascuno guizzar dentro, spesso, pensieri strani, quasi lampi di follia, pensieri inconseguenti, inconfessabili, come sorti da un’anima diversa da quella che normalmente ci riconosciamo? Poi quei guizzi si spengono, e ritorna l’ombra uggiosa o la calma luce consueta.»

Nonostante il suo animo onesto Marta viene velocemente classificata a reietta della società, proprio lei che aveva già sacrificato molto della sua vita per sposare il marito e compiacere i genitori, adesso vede anche tutto il resto andare in frantumi a causa di un’accusa ingiusta, sotto la quale non si sarebbe mai trovata se non avesse sposato Rocco Pentagora.                                                                                                                                              Marta fa ritorno nella casa paterna mentre è incinta di Rocco; il padre di Marta, gravemente turbato e adirato per ciò che crede abbia fatto la figlia, si ammala con la salute fino a morirne, e muore pure il figlio che Marta partorisce quello stesso giorno, nella stessa casa.                                                                                                                                         Con la morte del padre la famiglia cade in disgrazia dal punto di vista economico, e qui emerge lo spirito risoluto e autonomo di Marta, non così frequente per una donna dell’epoca: Marta riprende gli studi e riesce a ottenere una cattedra per l’insegnamento, e così la sua autoaffermazione e intraprendenza riescono a risollevare le sorti sue di sua madre e di sua sorella, le quali adesso dipendono da lei. Marta mette a frutto le sue doti, fa ciò che può con quello che ha sfruttando la sua predisposizione allo studio, e quindi realizzando un grande desiderio che era stato represso.

 Perciò la cattiva condizione in cui è caduta parrebbe adesso cagionarle un vantaggio almeno, e invece no! Il posto che le spetta per diritto e per merito viene ceduto a un’altra, primo perché si presuppone che essa sia stata agevolata e protetta da Gregorio Alvignani (invece è proprio la sostituta di Marta a essere raccomandata), e poi perché si giudica scomodo e inconveniente assumere a figura di mentore e insegnante una COME Marta. Il marchio su di lei è fissato indelebile, è squadrata dall’alto in basso come fosse un abominio, perché le dicerie e le malelingue si diffondono come peste, soprattutto in piccole realtà di provincia.  

Ironia della sorte…oppure ironia pirandelliana…Marta riesce di nuovo a subentrare nella scuola ma questa volta davvero grazie all’intercessione di Gregorio Alvignani, sollecitato in questa azione dal prof. Luca Blandino. Era entrata per suo merito ed è stata scacciata, ora rientra per intermediazione e vi rimane. ♻️

Marta riesce a dare un nuovo senso alla sua vita anche grazie al fatto che viene trasferita in un’altra scuola, a Palermo, e in questa nuova realtà Marta riemerge dal fango in cui tutti l’hanno gettata, ridando anche dignità alla mamma e alla sorella. Provvedere loro diventa lo scopo della vita di Marta fino ad annullare sé stessa, e questo è il prezzo che lei in modo consapevole è felice di pagare: nella sua condizione di esclusa e al tempo stesso ancora moglie di Rocco Pentagora, Marta è come se vivesse in una sfera ermetica, concepita solo per lei, dalla quale non può uscire. 

Ma Marta è molto bella, e questo è un guaio. Presto le conseguenze della sua condizione di esclusa si fanno sentire: essa inizia ad avvertire, nel bel mezzo della pace in cui si trova, un senso quasi improvviso di malessere o spaesamento, di mancanza di qualcosa. «Provava un turbamento nuovo, un incomprensibile timore, un’apprensione strana, adesso, nel vedersi sola, senza nessuno accanto, per le vie aperte, tra la gente che la guardava. Nessuno, è vero, l’aveva molestata; ma si sentiva ferita da tanti sguardi; le pareva che tutti la guardassero in modo da farla arrossire; e andava impacciata, a capo chino, mentre gli orecchi le ronzavano e il cuore le batteva forte. Perché? E come mai, tutt’a un tratto, la sua presenza di spirito s’era rintanata così in quello sciocco timore? Di che temeva? Non aveva tante volte riso di certe zitellone che avevano ritegno a uscire sole per la città paventando a ogni passo un attentato al loro pudore?»

↘️Ora accade che Gregorio Alvignani si ripresenta e questa volta lei cede, si adesso Marta commette il peccato, commette l’adulterio, pur senza un reale sentimento per l’Alvignani, perché come dice lei stessa sono stati tutti loro, tutti quelli che si sono scagliati contro di essa, ad averla condotta a questo, spinta praticamente tra le braccia di quell’uomo giudicato suo amante. Intanto il marito, Rocco, iniziava a dare già da un po’ qualche segnale di ammorbidimento, valutando l’ipotesi dell’innocenza di Marta. Ma ecco che Marta resta incinta dell’Alvignani, e adesso che si trova effettivamente nella condizione di perduta, inizia a meditare il suicidio.  

Il finale del romanzo sembrerebbe ambiguo, o lasciato aperto: parrebbe che Marta il suicidio non riesca ad attuarlo, perché dinanzi al capezzale della suocera (N.B. anch’essa in precedenza ripudiata dal papà di Rocco perché adulterina) e nel mentre stesso della confessione di Marta a Rocco sul suo stato interessante, Rocco avvicina a sé la moglie, la riaccoglie, si sua moglie adultera, quasi con passione ed estasi, mentre fissa il viso plumbeo del cadavere di sua madre.

Il relativismo era alla base del pensiero di Pirandello: «Una realtà non ci fu data e non c’è, ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere, e non sarà mai una per tutti, una per sempre, ma di continuo e infinitamente mutabile.»



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