Omaggio alla Catalogna
L’abitudine di George Orwell, pseudonimo di Eric Arthur Blair, di tenere diari e resoconti di fatti importanti, ha permesso di redigere e di far avere a noi “Omaggio alla Catalogna”, una tra le più preziose testimonianze degli avvenimenti inerenti alla guerra civile spagnola (1936-1939). George Orwell arriva a Barcellona nel ruolo di giornalista, e invece finisce per arruolarsi nella milizia impegnata a combattere lo schieramento fascista che fu promotore del colpo di stato inferto al governo repubblicano che aveva vinto le elezioni nel febbraio del 1936. Le forze nazionaliste e franchiste (al comando del generale Francisco Franco) non sono d’accordo che a governare siano le forze di sinistra, ovvero il cosiddetto Fronte Popolare, una coalizione di repubblicani, socialisti, comunisti e anarchici, dunque un governo sostenuto principalmente da operai e contadini.
Inizialmente, durante la sua permanenza in trincea, Orwell non ha una chiara consapevolezza delle dinamiche politiche in corso. Certo fin dall’inizio avverte la vacuità e l’inanità di una guerra dove il principale nemico da combattere è il freddo o le piattole, la principale occupazione è la ricerca di legna da ardere piuttosto che il contrasto del nemico sul fronte opposto. Sono davvero poche le situazioni che vedono Orwell partecipe di scontri a fuoco, e in questo gioca un ruolo influente lo scarso equipaggiamento militare e le pochissime armi in possesso: Orwell avrebbe capito qualche mese più tardi che la scarsità delle munizioni non era un fatto casuale.
Col suo racconto Orwell contribuisce a sfatare il mito della guerra come impresa eroica, anzi sin dalle prime pagine quello che traspare è un sentimento di disillusione e di sconcerto da parte sua. Che «la guerra è veramente un’impresa gloriosa» è una «perniciosa impressione». Da segnalare a questo riguardo il capitolo dedicato al racconto del ferimento di Orwell alla gola da parte di un cecchino (il cui colpo mancò di un millimetro l’arteria), e al conseguente stato psicofisico che ne derivò, così ben descritto, accattivante e toccante insieme.
Ma la disillusione è conseguenza anche dell’aver appreso che invece di far fronte compatto contro i franchisti, in realtà sussisteva una lotta interpartitica, dissidi interni al Fronte popolare stesso. Orwell era entrato sin dall’inizio, per motivi puramente casuali, a far parte del POUM (Partito Operaio di Unificazione Marxista), costituito in prevalenza da ex comunisti e anarchici, il cui «odio nei confronti dei privilegi e dell’ingiustizia era assolutamente genuino». Essi sostenevano che la rivoluzione era necessaria per sconfiggere il fascismo. Il PSUC (Partito Socialista Unificato della Catalogna) di matrice comunista era invece formato in parte da operai e in parte dalla piccola borghesia, e infatti dicevano di non potersi permettere di «spaventare i settori della borghesia che combattono al nostro fianco», e per questo motivo erano contrari alla rivoluzione.
L’effettiva rivoluzione che ebbe inizio durante i primi mesi dopo lo scoppio della guerra fu contrassegnata proprio dalla collettivizzazione operaia e dall’assenza di ranghi sia in città che in trincea: «Era sottinteso che gli ordini dovessero essere eseguiti, ma anche che dovessero essere impartiti da compagno a compagno e non da superiore a inferiore». La stessa cosa valeva per camerieri e commessi, «Una delle mie prime esperienze appena arrivato fu quella di sentirmi fare una ramanzina dal direttore dell’albergo per aver tentato di dare la mancia a uno degli inservienti», dice Orwell. Quando però fa rientro a Barcellona dal fronte, trova una situazione completamente ribaltata: un nuovo “imborghesimento” generale, lo spirito egualitario dei primi mesi sostituito da una scala sociale diversificata, posta di nuovo in ranghi.
Ma ciò che più ferisce e demoralizza Orwell (e questo è uno dei punti focali di tutta la sua dissertazione) è l’accusa mossa alla milizia del POUM di combattere a favore dei fascisti, e di essere quindi dei traditori e delle spie. L’accoglienza da parte del governo a chi, come Orwell, aveva rischiato la vita sul fronte, era penosa e disdicevole: arresto immediato e con tutta probabilità per la maggior parte di loro fucilazione, senza possibilità di processo. Il POUM era stato sciolto e dichiarato illegale, era divenuto una sorta di capro espiatorio per giustificare gli scontri avvenuti a Barcellona nelle famose giornate di maggio. Scontri indetti dalla polizia in seguito al rifiuto degli operai di cedere la centrale telefonica: il blocco comunista-borghese non avrebbe potuto dominare fin quando gli operai detenevano il controllo della centrale del telefono. Ora è da notare che «la maggior parte dei membri del governo spagnolo hanno negato di credere alle accuse mosse al POUM». Ad esempio secondo il ministro della Giustizia Irujo «la polizia era diventata quasi “indipendente” ed era in realtà controllata da elementi comunisti stranieri». Molti arresti infatti non venivano eseguiti nemmeno dai capi della polizia, ma da gradi più bassi d’essa divenuti autonomi, e infiltrati dai comunisti.
«Non è una bella cosa vedere un ragazzo spagnolo di quindici anni portato in barella dalla prima linea, col volto pallido e attonito che spunta dalle coperte, e pensare allo stesso tempo alle persone eleganti che a Londra e a Parigi sono intente a scrivere opuscoli propagandistici per provare che questo ragazzino è un fascista mascherato». Altra disillusione di Orwell: la propaganda bellica distorta e le menzogne promulgate da giornalisti che scrivevano al sicuro nelle proprie case a centinaia di chilometri di distanza dai luoghi dove si svolgevano i fatti, estranei all’esperienza di strisciare su terra fangosa per schivare le pallottole. «Non credo di esagerare se affermo che nove decimi di quello che è stato scritto non corrisponde alla verità».
Infine altra presa di coscienza di Orwell sempre in fase post-bellica è il motivo del mancato rifornimento di armi sul fronte aragonese, guarda caso composto principalmente da anarchici, ovvero avversari del Partito comunista attraverso il quale le armi russe venivano distribuite, e dunque i comunisti si assicuravano di non rifornire gli avversari. Questo con tutta probabilità compromise alcune dinamiche legate all’esito del conflitto, infatti una buona offensiva sul fronte aragonese avrebbe potuto indurre Franco a una ritirata da Bilbao e forse anche da Madrid, secondo Orwell. E invece quella di Francisco Franco fu una tra le dittature fasciste più lunghe in assoluto: ebbe termine solo nel 1975, con la morte del dittatore.
Conoscere “Omaggio alla Catalogna” è necessario per comprendere le successive opere di Orwell considerate suoi capolavori, “1984” e “La fattoria degli animali”. In quest’ultima opera in particolare, si nota come l’egualità raggiunta viene infranta dagli stessi maiali che avevano capeggiato la rivoluzione, e che ora s’impossessano del potere divenendo tiranni al pari dei loro padroni. Sicuramente la guerra civile spagnola è un elemento cardine della vita di George Orwell, un marchio impresso da lì in avanti, un’impronta che lo porterà a porsi contro ogni forma di totalitarismo, di coercizione e di controllo.



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