Conversa
"Avevo viaggiato, dalla mia quiete nella non speranza, ed ero in viaggio ancora, e il viaggio era anche conversazione, era presente, passato, memoria e fantasia, non vita per me, eppur movimento."🧡
Conversazione in Sicilia è pubblicato nell’anno 1941 e ambientato negli anni 30 e 40 del fascismo italiano, e si reputa infatti che il suo stile criptico e allegorico sia da attribuirsi a questo, alla volontà di Elio Vittorini di fare del nodo focale del suo romanzo una velata critica al fascismo. E sicuramente in vari tratti e in vari passaggi è così, ma non è solo di condanna al fascismo che si tratta, Vittorini allude a varie altre questioni della vita, pur sempre in chiave criptica e vagamente accennata. Per questo credo che non resti che fare delle semplici supposizioni in merito ai significati degli eventi narrati, e ai dialoghi e alle conversazioni riportate. Perché in effetti non si tratta di un’unica conversazione ma sono vari i dialoghi sia durante il tragitto di ritorno in Sicilia che poi all’interno della regione stessa.
Non si tratta di una lettura immediata o distensiva, ma è necessaria un’immersione attenta e vigile. Anche riguardo gli astratti furori dei quali è agitato Silvestro, il protagonista, non sappiamo effettivamente a cosa corrispondano. «Ero agitato da astratti furori, non nel sangue, ed ero quieto, non avevo voglia di nulla. Non mi importava che la mia ragazza mi aspettasse; raggiungerla o no, o sfogliare un dizionario era per me lo stesso; e uscire a vedere gli amici, gli altri, o restare in casa era per me lo stesso.» «Altri quindici anni erano passati dopo quelli, a mille chilometri di là, dalla Sicilia e dall’infanzia, e avevo quasi trent’anni, ed era come se non avessi avuto nulla, né i primi quindici, né i secondi, come se non avessi mangiato mai pane, e non mi fossi arricchito di cose e cose, sapori, sensi, in tanto tempo, come se non fossi stato mai vivo, e fossi vuoto, questo ero, come se fossi vuoto, pensando il genere umano perduto, e quieto nella non speranza.»
Astratti furori e genere umano perduto e offeso, sono queste le parole chiavi di questo romanzo. Si evince tutta la monotonia e la vacuità della vita che Silvestro conduce al Nord, assenza di senso e presenza di vuoto, ed è interessante che una volta arrivato in Sicilia e aver rincontrato la mamma e aver riscoperto le viuzze e le atmosfere del paese, gli antichi paesaggi e le antiche tradizioni, Silvestro avverte un senso di vivo e di vero, di reale, «forse era per questo che non mi era indifferente sentirmi là». ❗️Si può viaggiare in mille altri luoghi, per poi riscoprire sempre che “sentirsi a casa” o “ritornare a casa” vale solo per un unico posto.❗️
«Poi viaggiai nel treno per le Calabrie, ricominciò a piovere, a esser notte e riconobbi il viaggio, me bambino nelle mie dieci fughe da casa e dalla Sicilia, in viaggio avanti e indietro per quel paese di fumo e di gallerie, e fischi inenarrabili di treno fermo, nella notte, in bocca a un monte, dinanzi al mare, a nomi da sogni antichi, Amantèa, Maratèa, Gioia tauro. Così un topo, d’un tratto, non era più un topo in me, era odore, sapore, cielo e il piffero suonava un attimo melodioso, non più lamentoso.»
👨🏼🌾Il commento di Tennessee Williams: «Non vi è, nel mondo d’oggi, spirito più tenero e più caldo di quello dei contadini italiani e, in particolare siciliani. È in essi la piena nobiltà del mondo, e il libro di Vittorini l’ha colta.» 👩🌾 La compassione a cui è mosso Silvestro verso quel contadino povero che tenta di far mangiare alla moglie esile un’arancia, affermando che se non si vendono le arance non c’è neanche il pane, e sognando l’America come “una sua idea di regno dei cieli sulla Terra”. ⤵️
Contadini visti con affetto e pietà dal punto di vista di Silvestro, ma giudicati con sospetto dai personaggi Coi Baffi e Senza Baffi, così denominati da Vittorini, che fanno “il mestiere”, ovvero dei poliziotti, siciliani nella loro origine e nella loro identità, eppure vedendo di brutto occhio i loro conterranei poveri. «Ogni morto di fame è un uomo pericoloso», dice Senza Baffi.
Il sentimento di compartecipazione verso i contadini è evidente anche quando Silvestro accompagna la madre nel suo giro di iniezioni tra le famiglie del paese, concludendo che l’uomo ammalato e affamato è «più uomo, più genere umano di tutti», restituendo un grosso strato di dignità e valore a questo ordine sociale che è quello del contadino.
Molto belle le espressioni che Vittorini usa 👉 genere umano offeso, o la «miseria del genere umano operaio». Sostiene lui infatti che è negli stenti, nelle disgrazie e nelle privazioni che diventa ancor più chiara l’accezione di “genere umano”! «Togliete la malattia al malato, e non vi sarà dolore. Ma l’uomo, nella malattia, che cos’è? E che cosa è nella fame? Non è la fame tutto il dolore del mondo diventato fame? Non è, l’uomo nella fame, più uomo? Non è più genere umano?»
A questo proposito il personaggio di Ezechiele sostiene una possibile soluzione: per lenire l’offesa del genere umano è necessario condividerla, e rendersene partecipe, gli uni verso gli altri, altrimenti «Il mondo è grande ed è bello, ma è molto offeso. Tutti soffrono ognuno per sé stesso, ma non soffrono per il mondo che è offeso e così il mondo continua ad essere offeso.» È questa la via per risollevare il genere umano offeso, non di certo quella dell’imbroglio o dell’inganno ai danni del proprio simile, proprio ciò che voleva perpetrare l’arrotino verso Silvestro prendendogli “due soldi gratis”, cioè facendogli pagare il servizio svolto come arrotino qualcosa in più.💥Sono questi ad offendere il mondo: ecco identificata la causa dei mali e delle “offese”, intesa in senso allegorico e più ampio.
In tutto ciò, e nonostante tutto, traspare l’amore dell’autore per la vita e per tutto ciò che l’attraversa, nelle sue meraviglie e nei suoi patimenti. Vittorini più volte intramezza la sua narrazione con l’espressione ricorrente: «È bello il mondo!»🧡



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