Tess dei d’Urberville

  «A quel tempo Tess era soltanto un vaso ricolmo di emozioni non ancora scalfito dall’esperienza»
Questa frase, che compare tra le prime pagine del romanzo, bene illustra lo spartiacque della vita di Tess, il prima e il dopo: la condizione esistente nel prima non può più tornare, la condizione successiva del dopo è irreparabile. Ma che sia davvero irreparabile è forse una questione di punti di vista. È vero, Tess perde effettivamente la sua virtù virginale e questo è un dato di fatto, ma un altro dato di fatto per niente marginale è che ciò accade contro la sua volontà e le sue intenzioni: potrebbe questo valerle come segno di purezza rimasta intatta? No, per niente. Non secondo la rigida morale vittoriana, un’età quella in cui, come sappiamo, prevale un austero codice morale per il quale una ragazza come Tess è infangata per sempre. Restano infatti da meglio decifrare le intenzioni dell’autore nella stesura del titolo originale completo, ovvero Tess dei d’Urberville: una donna pura fedelmente rappresentata. L’ironia del titolo forse sta nel fatto che davvero Thomas Hardy sosteneva che Tess potesse conservare la sua purezza interiore a prescindere da quello che poi le è accaduto. Se le cose stanno così, allora nel titolo stesso c’è una critica velata a ciò che si giudica puro in base a dei canoni stabiliti, e l’autore opera così una scissione tra quella che è l’attribuzione di un giudizio e quella che invece è la natura reale. «È proprio vero quello che si dice della castità, che una volta persa lo è per sempre?, si chiedeva Tess. Se solo avesse potuto occultare il passato, avrebbe dimostrato che era una menzogna. La capacità di recupero che pervade la natura organica di sicuro non poteva essere negata alla sola verginità».

  Tess è pura non solo perché è totalmente ignara di ciò che potrebbe succederle tra le grinfie di un maschio ma anche perché ciò che fatalisticamente la muove verso Alec d’Urberville, in ambedue i momenti, è l’affetto e il bene che prova verso la sua famiglia, una famiglia numerosa con figli piccoli, che vive di stenti, un padre ubriacone e sfaccendato, e una mamma superficiale e materialista che non sa tener conto del lato emotivo di Tess, anzi le attribuisce ingiuste colpe.
  Tess è pura perché profondamente remissiva e sottomessa, e lo diventa ancor più nei confronti di Angel Clare dopo che gli rivela la sua ‘colpa’, e la reazione di Angel contribuisce a rafforzare in lei il senso di inadeguatezza, tanto che Tess a tratti potrebbe risultare al lettore un po’ stucchevole con la sua smodata acquiescenza e sottomissione, ma è un atteggiamento che le condoniamo subito non appena teniamo conto del contesto in cui Tess cresce e vive. 

 Ora ciò che stupisce grandemente è il cambiamento che avviene in Angel, e ci stupisce alla luce delle scelte che lui aveva portato avanti finora: figlio di pastore anglicano aveva rinunciato alla carriera ecclesiastica perché uomo pragmatista e di mondo fondamentalmente, che mirava a realizzare sé stesso attraverso una realtà più concreta che dogmatica. Quello di Angel è principalmente un atteggiamento da eterodosso, e infatti «Aveva l’impressione che, per quanto i genitori fossero persone semplici e altruiste, tuttavia albergavano in loro certi pregiudizi latenti, tipici della classe media, che bisognava superare con un po' di tatto». Alla rivelazione di Tess e del suo passato si riscoprono in Angel quegli stessi pregiudizi che lui ascriveva ai genitori, egli non riesce più a guardare Tess con gli stessi occhi: «Lui la considerava una specie di ingannatrice; una donna colpevole camuffata da innocente». È probabile che anche qui, in questo mutamento di Angel, ci sia un sottile riferimento dell’autore a quanto un intero sistema fosse pregno di quella rigidità morale e religiosa, tanto più se si tiene conto che Hardy rigettava la dottrina cristiana e più in generale ogni dottrina mistica. È evidente in più passaggi del romanzo questo Dio che è presente nella cultura dei personaggi, ma in realtà assente nei fatti, inerte riguardo le vicende di Tess, nonostante la preoccupazione di quest’ultima riguardo la sua condizione dinanzi a Dio. «Ma dov’era l’angelo custode di Tess, potrebbe dire qualcuno? Dov’era la Provvidenza della sua fede ingenua? Forse – come l’altro dio di cui parlava l’ironico Tisbita [il profeta Elia nella Bibbia] – si perdeva in chiacchiere, oppure era indaffarata, o in viaggio, o forse dormiva e non voleva essere svegliata».

  Le opere di Thomas Hardy si distinguono anche per il suo pessimismo di fondo, e in particolare per quella concezione tipicamente verghiana secondo cui non è possibile migliorare la propria condizione originaria, perché tentare di farlo vorrebbe dire fallire ulteriormente. E infatti è la scoperta dell’appartenenza della famiglia di Tess a un’antica casata nobiliare, quella dei d’Urberville, a farla entrare in contatto con Alec d’Urberville, oltre il fatto importantissimo che questa novità predispone l’evoluzione del cognome da Durbeyfield a Urberville: ed è proprio da qui che si snoda l’intreccio drammatico, e probabilmente anche in quest’altra parte del titolo del romanzo, nel cognome stesso, c’è una venatura ironica. «Spesso si domandava se non le sarebbe venuto qualcosa di buono e inaspettato dal ritrovarsi nella terra dei suoi avi, e in quei momenti, dal suo essere, si sprigionava un entusiasmo inconsapevole, come linfa dai ramoscelli. Era la giovinezza incalzante che prorompeva di nuovo, dopo lo stallo temporaneo, portando con sé la speranza e l’istinto insopprimibile alla felicità personale».

  Ultime annotazioni fondamentali su un paio di aspetti che rendono attualissimo questo romanzo di tarda epoca vittoriana (1981), ovvero il primo è il fatto che spesso una donna che viene abusata è poi vessata ulteriormente da sé stessa, prova indegnità, colpa, rimprovero: è vero Tess era plasmata dall’ambiente intorno, ma questi in genere sono i sentimenti tipici. E non li prova il carnefice, ma la vittima, inspiegabilmente. 
 Inoltre, e questo fa molta rabbia, poco prima che Tess riveli ad Angel la sua ‘colpa’, lui le rivela la sua, confessandole tempo addietro di essersi «abbandonato a quarantott’ore orgiastiche con una sconosciuta», così che Tess è felice, fiduciosa del perdono di Angel così come è sicura di accordarlo a lui. Il fatto è che quando in campo morale avviene una pecca, questa viene dimenticata più in fretta se di mezzo c’è un uomo. Su Tess invece, e chissà su quante altre donne nel corso delle epoche fino a noi, è rimasto uno stigma, un marchio impresso. «Chi era l’uomo morale? O, per essere più precisi, chi era la donna morale? La bellezza o la bruttezza di una persona non sta soltanto nelle sue conquiste, ma nei suoi scopi e impulsi; la sua vera storia non sta nelle cose realizzate, ma in quelle volute. E, allora, che pensare di Tess?»

Commenti

Post più popolari